Il grido di speranza di Liliana Segre

Un grido di speranza, uno di quei pugni nello stomaco che ogni tanto servono a svegliare alcune coscienze troppo  intorpidite dalla fake news che girano su Facebook.

Il discorso pronunciato ieri da Liliana Segre al Senato ha rappresentato l’arcobaleno in delle giornate francamente davvero difficili da vivere.

Liliana Segre ha 88 anni e dal Gennaio 2018 è Senatrice a Vita della Repubblica Italiana. La sua nomina, fortemente voluta dal Presidente Mattarella  in ricordo dell’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, ha rappresentato un segnale molto forte e ieri, nel suo primo intervento al Senato, abbiamo tutti capito perché.

La senatrice ha conosciuto l’arresto, la deportazione, Auschwitz, il dolore. In un tempo sempre più intollerante e sempre più votato alla deriva esclusivista della società il suo intervento non poteva essere banale, ed infatti così è stato. 

Presentata dal Presidente Casellati e accolta da un lungo applauso dell’aula, la Segre ha parlato per circa cinque minuti, con tono fermo e con una schiettezza tipica di chi è abituato a raccontare, a tramandare, a custodire dei ricordi importanti per tutta l’umanità.

Tre i passaggi chiave del suo discorso. Il primo sulla sua nomina a Senatrice a Vita e su quello che si prefigge di fare in aula:” Prendendo la parola per la prima volta in quest’Aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.

Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano.  A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri.”

Poi, il ricordo della prigionia, degli orrori visti e subiti e un monito lanciato all’attuale maggioranza:” In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale.

[…] Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano.”

In chiusura, invece, una dichiarazione di neutralità politica ferma e convinta:” Mi accingo a svolgere il mandato di senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo all’attività parlamentare traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo; ho conosciuto il carcere; ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.

Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi ed ai programmi avanzatissimi – ancora in larga parte inattuati – dettati dalla Costituzione repubblicana.”

Prendiamo queste parole ed imprimiamocele nella mente. Non possiamo e non dobbiamo accettare che una esecuzione razziale come quella di San Calogero possa essere accettata e in alcuni casi persino difesa e giustificata.

Non si può escludere nessuno, non si può lasciare indietro nessuno. Siamo nell’epoca dell’inclusione.

Grazie, Senatrice Segre.

 

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