Verso Mosca: 2/32 – Il proprietario della coppa

Questa storia inizia a Baruru, piccolo comune nella regione di San Paolo, in Brasile.

A Baruru giocava un giovanissimo Edson Arantes do Nascimento, figlio di Dondinho, ex centravanti della Fluminense, e Celeste.

Il piccolo Edson aveva sempre avuto un sogno: giocare a calcio.

Il suo sogno però deve scontrarsi con la povertà dilagante in un Brasile sotto dittatura: ad 11 anni lustrava scarpe e giocava con calzini arrotolati o manghi, perché il pallone non poteva permetterselo. Proprio in quel periodo mentre giocava per una piccola squadra, l’Ameriquinha, fu notato da Waldemar De Brito, ex calciatore Brasiliano, che in quel periodo stava allestendo un nuova rappresentativa locale, il Baruru. L’occhio lungo di Waldermar, cambierà per sempre la storia del calcio.

Edson, che nessuno chiama più con il suo vero nome ma con il soprannome di Pelè, a 14 anni, grazie al lavoro di Waldemar ottiene e supera un provino con il Santos.

Al giovane Edson però il suo soprannome non piace proprio, Pelè è un nomignolo di  scherno che alcuni ragazzini facevano nei suoi confronti, poiché il giovane Edson sbagliava la pronuncia del nome del portiere Bilè, chiamandolo Pilè.

Pelè arriva al Santos che è poco più di un bambino ma da quel momento la storia del calcio brasiliano e mondiale si può dire già cambiata. A 16 anni gioca stabilmente in prima squadra, bagnando con un goal il suo esordio, a 17 fa la stessa cosa in Nazionale a 18 è convocato per i Mondiali di Svezia.

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Descrivere il calciatore con gli aggettivi propri delle persone terrestri risulterebbe facile e banale, quindi meglio lasciare la descrizione di Pelè ad un altro extraterrestre, Jorge Valdano.

Pelé, leggenda vivente, nasce in Brasile ma è universale. […] Il suo corpo si muoveva a tempo con un ritmo atavico e negro, che si adattava armoniosamente al movimento capriccioso della sfera. Le sue qualità muscolari gli permettevano di compiere qualsiasi prodezza; non sapremo mai, per esempio, se Pelé saliva dalla terra o scendeva dal cielo per colpire il pallone in piena fronte con il portiere come vittima e la rete come destinazione finale. Un’altra possibilità era che addomesticasse il pallone con il petto, atterrasse con i piedi a terra, e solo dopo aver atteso un paio di secondi, scegliesse un angolo dove segnare il gol. Sappiamo, questo sì, che il pallone era dalla sua parte, che esisteva un patto di mutua lealtà, di obbedienza. 

Pelè sognava di disputare un mondiale, di segnare e farsi conoscere da tutto il mondo. Forse però non immaginava ciò che sarebbe diventato: il salvatore di una nazione.

Questa storia ha un prologo, un sanguinoso prologo: è il 1950 e il Brasile organizza il primo mondiale post bellico. Dopo quelli farsa del 34 e 38. Quella squadra ha un obbligo: vincere il mondiale in casa e dare un enorme spinta emozionale al paese da poco passato dotto il controllo di una dittatura nazionalista. Per il mondiale nasce il Maracanà, lo stadio più grande del mondo, che trasuda aspettativa per la vittoria in finale.

Il calcio però è bello perché inaspettato. La finale del Mondiale brasiliano del 1950 ha un nome, come poche altre partite nella storia del calcio: “Maracanzo“. L’Uruguay, una delle squadre più forti di tutti i tempi, vince per 1-3 la finale, facendo sprofondare il calcio brasiliano e il paese in depressione.

Pelè nel 1950 ha 10 anni e sogna di poter vincere quella coppa che al Brasile mancava maledettamente.

Va ai mondiali in Svezia dunque. Il commissario tecnico dei Verdeoro, Feola, schiera il giovane Pelè nella terza partita del Torneo, contro l’URSS. Appena Pelè scese in campo il mondo si accorse che qualcosa nella storia del calcio era cambiata. Il Calcio e lo sport in genere danno, in epoca moderna, grande importanza anche alla numerologia, nel calcio c’è un numero che spetta solo ai campioni: il 10. Ed è proprio il 15 giugno 1958 che il 10 assunse il suo valore mistico. Un valore dovuto al caso, poiché i Brasiliani non erano assolutamente organizzati, fu un emissario della Fifa ad assegnare d’ufficio i numeri di gioco ai calciatori.

Il Brasile è magico: nei primi tre minuti di gioco Garrincha colpisce un palo, sulla prosecuzione dell’azione Vavà ne colpisce un altro e alla fine Didì manda nuovamente in porta Vavà che trafigge Lev Jasin. Sarà poi lo stesso Vavà a siglare il 2-0 finale al 77′. Pelè non segna ma fa completamente ammattire i sovietici incapaci di prenderlo per tutti i novanta minuti.

Pelè dopo la partita con l’URSS diventa il centro di una squadra fortissima: il Commissario Tecnico Feola aveva infinite soluzioni offensive, figlie del grande talento di quella squadra. Giocava con un 4-2-4 molto offensivo, mutuato dalla fortissima Ungheria, e aveva larga scelta per quanto riguarda gli interpreti. All’esordio mondiale con l’Austria Feola schierò Gilmar; De Sordi Bellini Orlando Nilton Santos; Dino Didi; Joel Altafini Dida Zagalo.

 Il Brasile vinse per 3-0 ma a Feola non piacque particolarmente la prestazione dei suoi attaccanti. La svolta per cambiare e affidare la squadra a Pelè fu data al CT dall’opaca prestazione dei suoi nella seconda partita del girone, contro l’Inghilterra. Dopo il pareggio a reti bianche contro gli inventori del gioco il CT tenne un referendum nello spogliatoio dal quale emerse una nuova formazione titolare: Gilmar; De Sordi Bellini Orlando Nilton Santos; Zito Didi; Garrincha Vavà Pelé Zagalo.

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Una squadra con pochi precedenti e pochissimi successori. Una squadra che per i giornali locali “Nessuno può battere”.

Didì, centrocampista offensivo con poca propensione alla corse di ripiegamento sosteneva che dovesse correre la palla e non gli uomini, è stato inserito al diciannovesimo posto tra i calciatori più forti del secolo scorso.

Garrincha, l’ala destra, era l’anima calcistica gemella a quella di Pelè. Era leggermente strabico e con delle malformazioni lievi alla colonna vertebrale che avrebbero dovuto impedirgli di giocare al calcio. Ma come il Calabrone che non potrebbe volare a lui non interessava: è stato inserito all’ottavo posto della classifica sopracitata, da moltissimi è considerato come l’ala più forte del gioco e il dribblatore più efficace di sempre. Non ha avuto però una vita post calcistica come quella di Pelè, sigarette, alcool e vizi lo hanno costretto ad una morte prematura per cirrosi epatica in condizioni di povertà estrema.

Vavà era una punta, letale ma meno tecnica dei sopracitati.

Zagalo invece era un centrocampista completo, con grande visione di gioco, che dopo le numerose vittorie da calciatore ha condotto la Selecao che danzava in areoporto al ritmo di Masquenada ai mondiali di Francia 1998.

Inoltre malgrado la spiccatissima propensione offensiva la squadra era bravissima a non subire reti, il sistema difensivo si reggeva su quattro terzini che difendevano a zona, riuscendo ad arginare benissimo gli attacchi avversari.

Se fino ai gironi però è il mondiale del Brasile dai Quarti in poi divenne il mondiale di Pelè. Quella squadra, rinnovatasi al mondiale, non correva ma volava. Come volava la voce di Domenico Modugno che arrivava al successo in tutto il mondo con “Nel Blu dipinto di Blu”.

Ai quarti i Brasiliani sconfissero il Galles, di John Charles, miglior marcatore straniero della Juventus, almeno fino all’arrivo sotto la Mole di David Trezeguet. Solo che quella partita John Charles non la gioca, per un infortunio. I Gallesi sono tutt’ora convinti che con il loro centravanti in campo avrebbero potuto sconfiggere il Brasile.

Quella con i gallesi è una partita molto più difficile di ciò che sembra. L’incontro termina per 1-0 a favore dei Brasiliani, decisa, ovviamente da Pelè. E’ un goal storico. E’ la marcatura più giovane della storia delle fasi finali ed è il goal che consacra uno dei più forti calciatori di tutti i tempi nell’olimpo del calcio mondiale. Il goal in se poi è stupendo. Pelè riceve palla spalle alla porta, con un solo tocco riesce a girarsi ed eludere il controllo del difensore, depositando poi comodamente in rete.

 

In Semifinale i verdeoro affrontarono la Francia. I transalpini erano fortissimi, il miglior attacco del torneo, quello francese, contro la difesa impenetrabile dei Verdeoro.

Il Brasile passa subito in Vantaggio, Vavà fa quello per cui era in campo concretizzare: il pantheon brasiliano inventa e la punta fa uno a zero. Il vantaggio dura però pochi minuti, annullato dal la rete di Fontaine.

Poi però in chiusura di tempo il Brasile torna in vantaggio con un missile di Didì.

Nel secondo tempo poi prende in mano la situazione il ragazzo. Tre goal, tre squilli chiari: “Il mondo è mio”.

E’ Finale. La finale tra Brasile e Svezia iniziò con una guerra fuori dal campo: tra rappresentanti legali. Il Brasile chiese ed ottenne che gli Svedesi non avessero le loro cheerleaders  e il coreografo che spingeva la gente a catare un coro “Heja!Heja!” per innervosire le avversarie a bordo campo, in maniera che non ci fosse alcun vantaggio in loro favore. Inoltre furono sorteggiate le maglie da gioco con i Brasiliani che scesero in campo indossando la maglia Blu.

Gli svedesi erano un’ottima squadra: annoverava cinque calciatori in forza a squadre italiane: i centrocampisti Liedholm, Gustavsson (Atalanta),  Hamrin (Padova), Selmosson (Lazio) e Skoglund (Inter). Spiccava poi Börjesson, che  giocava nel modesto club di seconda divisione svedese del Norrby ma era titolare nel ruolo di mezz’ala.

Furono proprio i padroni di casa a portarsi in vantaggio, grazie a Liedholm.

il Brasile però era “La squadra che non può perdere” cinque minuti dopo il vantaggio svedese Garrincha semina mezza Svezia, mette in mezzo, Pelè tocca e Vavà pareggia. 1-1.

Passano Venti minuti. Altra Fuga di Garrincha, altro cross, altro goal di Vavà.

Il secondo tempo però è destinato a rimanere nella storia del gioco.

Nel secondo tempo il ragazzo che giocava con le calze arrotolate diventa O Rei.

E’ il 55′. Edson Arantes do Nascimento, figlio di Dondinho e Celeste, detto Pelè per scherno, riceve palla nell’aria svedese. La controlla, salta con un sombrero il difensore e deposita in rete con un diagonale perfetto.

Segnarono poi Zagallo e Simonsson.

Ma quella era la partita del Re. Al Novantesimo ancora una volta intuendo prima di tutti la direzione della palla, anticipa difensore e portiere e di testa fissa il risultato finale sul 2-5.

E’ finalmente Mondiale. Per la prima volta il Brasile solleva la Coppa Rimet. La solleva grazie a Pelè. La Coppa Rimet è di Pelè.

Secondo tradizione la squadra che vince tre mondiali con la stessa coppa in palio alla terza vittoria se la porta a casa. Pelè ha disputato i mondiali del ’58, ’62, ’66, ’70. Vincendo le edizioni del ’58, del ’62 e del ’70, aggiudicandosi, dunque, la coppa. Pelè è il proprietario della Coppa.

Quello che Pelè ha fatto per Il Santos, il Brasile e il Mondo in generale è incredibile.

Più di 1200 goal, ha reso il calcio un fenomeno mondiale, ha usato la sua figura per spendersi attivamente nel sociale.

Pelè è amato da tutti, anche dai tifosi del Corinthians  che con Pelè in campo da avversario non hanno mai vinto una partita in dieci anni.

Tantissimi sono stati gli omaggi fatti al fenomeno, dopo la finale del 1958, Sigge Parling, l’uomo deputato a marcarlo disse: “Dopo il quinto goal mi è venuta voglia di applaudirlo.”

Nel ’66 per qualcuno Pelè era la Regina di Inghilterra.

Lo stesso concetto del difensore svedese fu espresso, qualche anno dopo, da chi doveva marcarlo nella finale del 1970, Tarciso Burgnich:“Pensavo che fosse fatto di carne ed ossa come me. Mi sbagliavo.”

Il giorno dopo la finale dei Mondiali del 1970 il Sunday Times si chiese “‘Come si scrive Pelé?'”

 

Si risposero da soli: G – O – D

 

 

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