Il mio secondo, Gianluigi Buffon

A Barcellona il 31 Maggio fa un caldo infernale, un caldo che ti toglie le energie, ti strema, ti chiude la gola.

Giocare a calcio in quelle condizioni deve essere difficile, impossibile. Se poi si scontrano due squadre formate da ragazzini che non sanno che domineranno a fasi alterne l’era di calcio successiva probabilmente il clima attorno a quella che è una “semplice” finale di un Campionato Europeo Under 21 assume toni epici.

Italia e Spagna. Storicamente, le due migliori realtà del calcio giovanile.

Icone. Quella finale di Madrid è una sfida tra giovani icone, che probabilmente non sanno ancora di esserlo.

Buffon, Cannavaro, Nesta, Totti e Del Piero, contro De La Pena, Mendieta, Morientes e Raul.

Una partita così non può essere normale, deve essere per forza speciale. La definizione giusta è agonica: Andiamo in vantaggio noi, con una autorete di Idiakez, poi finiamo in 9 per le espulsioni di Ametrano e Amoruso, loro pareggiano con l’uomo che fino a qualche anno fa era l’unico 7 blancos.

Raul ha 18 anni ma dai video dell’epoca emerge la sua grandezza, pare che ne abbia già 30. Un fenomeno.

Cesare Maldini, che non riesce a non soffrire, ingabbiato nella sua area tecnica, finisce la partita senza attaccanti: toglie Totti e Del Piero nemmeno sveste la tuta. Altri tempi, altro calcio: basti pensare che noi ancora giocavamo con il libero. Una partita così epica ed agonica si può concludere solo in un modo, nel modo più spietato di tutti: ai rigori.

Ai rigori, si sa, gli eroi hanno i guantoni. Il nostro eroe è un portiere di belle speranze: Gian…no, Angelo Pagotto. Buffon, in quella nazionale, era un romantico numero 12.

Maldini, gioco forza, è costretto a far tirare 4 difensori e un centrocampista, sulla carta la nostra sembra un impresa difficilissima da compiere.

Sbaglia subito Capitan Panucci, ma Pagotto è epico e ipnotizza De La Pena, poi segnano Fresi, De Pedro, Pistone (Uno inconsapevolmente conosciuto per una delle storie più romantiche del nostro calcio), Aranzabal e Nesta.

Tocca a Raul. Un semidio in quella competizione.

Raul tira, Pagotto sfiora. La palla beffarda sembra che stia lemme lemme superando la linea di porta, ma Pagotto non ci sta, vuole rubare il fuoco al dio fino alla fine, la ritocca forse anche con la nuca, in un tuffo disperato, la blocca a pochi millimetri dalla linea di porta.

Morfeo. Campioni d’Europa.

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I Campioni d’Europa

Quella è stata la notte di Andrea Pagotto, una notte che lo avrebbe dovuto lanciare nell’Olimpo dei grandi portieri italiani. Ma quando tocchi il cielo con un dito troppo presto finisce che rischi di scivolare nel baratro.

Andrea Pagotto, quell’anno, aveva difeso da titolare i pali incrociati della Samp, aveva disputato una buona stagione e aveva convinto il Milan ad affidarli la difficile eredità di Sebastiano Rossi. Ma il Milan quell’anno va malissimo, tanto che Pagotto perde il posto a favore del veterano.

Inizia la discesa del baratro: finisce la stagione alla Reggiana, dove comunque trova poco spazio e poi passa al Perugia.

Dopo un Fiorentina – Perugia viene trovato positivo ad un controllo antidoping e squalificato per due anni. Angelo però non ci sta, come quando si trovò davanti Raul, difende strenuamente la sua porta. Solo al termine di quei due anni il Coni riconosce un errore: le provette erano state scambiate, Angelo era innocente.

Ma la discesa negli inferi continua: Angelo va a giocare in B, ma non è tanto la discesa professionale la cosa che continua a corroderlo quanto quella umana. Il fondo di quel baratro ha un nome e una composizione chimica precisa, un nome che riassume morte, disperazione, abbandono: cocaina.

Angelo Pagotto nel 2007, mentre giocava a Crotone, viene trovato positivo alla Cocaina.

Angelo confessa, la sua carriera termina mestamente in un giorno di Luglio, l’uomo che ipnotizzò Raul fu sconfitto dal sistema e dai suoi demoni. La prima squalifica è pesantissima: radiazione a vita. Poi il Coni ammorbidisce la sentenza che viene trasformata in una squalifica di otto anni.

Da Barcellona ad uno stanzino dello stadio di Crotone, la parabola di Angelo Pagotto è quella di un uomo che ha toccato il cielo con un dito troppo presto.

Angelo adesso vive distaccatamente il calcio, continua però a denti stretti a difendersi per quella assurda squalifica di Perugia.

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Quando viene intervistato ci tiene sempre a ricordare una cosa, con il sorriso: Il mio secondo, Gianluigi Buffon.

Angelo Pagotto, l’uomo normale che sfidò gli dei ma fu sconfitto dai suoi demoni. 

Andrea Nigro

 

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Per chi volesse rivedere quei rigori

 

 

 

 

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