Underdog

C’è stato un momento nella stagione del Leicester dove ho capito che quel sogno, quella ipotesi, che tutti ritenevano impossibile ed assolutamente impronosticabile, cominciò ad essere concepito da molta gente, certo a bassissima voce, ma si cominciò a parlare di quel sogno, di quella utopia fantastica, che oggi dista pochissimi punti, con la speranza che potesse davvero diventare realtà. La notte del riscatto, del riscatto di un uomo, del riscatto di uno che veniva visto come un brocco dai suoi stessi tifosi, del riscatto del calcio stesso, vince chi suda, lotta, fa correre meglio la palla, non chi mette in campo un patrimonio sotto forma di calciatori.

Dopo Leicester-Chelsea, con Ranieri che sculaccia Mourinho avevamo tutti iniziato a farci balenare in testa quella folle idea: “Certo, magari scoppiano da un momento all’altro, però sai che bello se alla fine vincessero loro?”

Ecco. Magari.

Il Leicester è l’underdog degli underdog.

Quello per cui tutti ricordavano il Leicester non era una Premier, non era una Champions, non era una straordinaria stagione. Il calcio è emozione pura, è gioia e sofferenza al tempo stesso. Non oso immaginare cosa hanno provato i tifosi del Leicester quel maledetto 13 Maggio 2013. Semifinale dei Play Off di Championship, la Serie B Inglese, l’arbitro concede un calcio di rigore al Leicester, sotto 2-1, al novantaquattresimo minuto. Un goal manderebbe le Foxes in finale, Knockaerts si incarica della battuta, il portiere del Watford, Almunia, para e sulla ribattuta compie un nuovo miracolo, una delle parate più insensate che abbia mai visto. Contropiede Watford. 3-1. Sogno finito. Dal paradiso all’inferno in trenta secondi.

 

Dei giocatori che oggi sono ad un passo dal sogno quel giorno c’erano in campo Schmeichel, figlio di uno dei portieri più forti della storia del calcio, abituato ad imprese titanica come quando condusse la Danimarca alla vittoria dell’Europeo 1992, Wes Morgan, lui che probabilmente starebbe in una prigione o in chissà quale postaccio se un pallone non lo avesse salvato dalla criminalità, l’anima, il guardiano della porta protetta da Schmeichel, e poi King, Dyer e James. In campo con la maglia blu quel giorno c’era anche la principale causa della non aver ancora portato a compimento il sogno, uno ragazzo molto strutturato, con un fiuto del goal allucinante al quale i genitori hanno donato il nome di Uragano, Harry Kane, centravanti del Tottehnam che con una stagione strabiliante sta ancora tenendo testa alla banda di Ranieri, entrò in campo al sessantesimo quel giorno.

In panchina c’era lui, l’uomo copertina, l’operaio: Jamie Vardy. Di Jamie abbiamo letto e sentito tutto, ma una cosa non mi stancherò mai di dirla. Questo nome rimarrà per sempre nella storia del calcio, Jamie Vardy sarà sinonimo di cuore e di fame, di rivincita. Jamie Vardy qualunque sarà il proseguo della sua carriera sarà leggenda, vuole prendersi tutto a spallate, come ha sempre fatto nella vita, che ci sia da zittire un tifoso del Manchester City, abbattere Kabul e segnare il 2-0 del momentaneo +10 oppure che ci sia da irridere la Germania campione del mondo all’esordio in Nazionale con un meraviglioso colpo di tacco.

 

La squadra è una macchina perfetta composta da gente affamata su cui nessuno scommetteva una lira bucata, per l’appunto, underdog: N’Golo Kantè e Rihad Mharez, polmoni ed estro di questa squadra. Bobby Huth ministro della difesa con licenza di offendere e Danny Drinkwater fenomeno silenzioso e geometra della squadra. Ulloa e Okazaki partner preziosi dell’operaio e poi tutti gli altri componenti di questo manipolo di eroi sportivi contemporanei: Maddison, Schawarzer, Amartey, Cain, Chilwell, Fuchs, Schlupp, Simpson, Wasilewski, Albrighton, Inler, Olukanmi, Watson, Dodoo e Gray.

Il Leader è Claudio Ranieri, non è Leonida che conduce i suoi alle Termopili, è un leader composto, mai fuori dalle righe, silenzioso e cordiale fuori dallo spogliatoio ma condottiero e capo spirituale della squadra con la porta chiusa. Claudio era stato giudicato da tutti finito, è arrivato al Leicester dopo essere stato esonerato dalla Grecia. Le sue ultime esperienze in panchina erano state giudicate fallimentari, era stato ingiustamente trattato male dalla Juve che si era appena rifatta spazio tra le grandi d’Italia. Claudio aveva fatto la storia del calcio, ma spesso dalla parte sbagliata, era lui in panchina per la Fiorentina quel giorno in cui un ragazzo di San Vendemmiano decise di cominciare a scrivere il libro della sua leggenda con un goal al volo semplicemente irreplicabile, ma Claudio alle imprese c’è anche abituato e con lo stesso ragazzo, ora uomo, andò ad espugnare il Bernabeu del Real degli Olandesi con una squadra che definire inferiore è poco. Adesso se la ride quando nelle conferenze stampa ricorda che era lui il più quotato ad essere l’allenatore ad essere esonerato per primo in Premier, gonfia il petto d’orgoglio nella splendida lettera che ha scritto per il “The Player’s Tribune” settimana scorsa, piange di gioia quando si rende conto che male che vada l’anno prossimo ci sarà il Leicester in Champions League e il sogno è veramente vicino.

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“Started from the bottom, now we’re here” magari i calciatori e tutti gli abitanti di Leicester cantano Drake, considerando che solo un anno fa erano ultimi a meno sette dalla promozione e ora sono a più sette sulla seconda. Ditemi voi se non stiamo parlando di un miracolo sportivo.

Ogni volta che guardo una loro partita, e oramai le guardo quasi tutte mi soffermo sui tifosi: gente incredula, persone che ridono, persone a bocca aperta, qualcuno piange. Anche questa è la magia del Leicester, anche questa è la magia del calcio.

Il Leicester è riuscito nell’impresa di unire sotto la sua bandiera i tifosi di ogni parte del mondo, le favole piacciono a tutti, e questa è una favola che tutti sperano di vedere sino al lieto fine. Il Leicester è la prova che non si può immaginare il calcio come uno sport dove c’è semplicemente un pallone che rotola, il Leicester è un esempio lampante che nella vita con forza di volontà e palle non esistono limiti alle nostre possibilità. Oramai accompagniamo ogni goal di questi ragazzi come se fosse un goal decisivo al Mondiale della Nazionale, il bello di tutta questa storia sta proprio nel fatto che nel calcio dei miliardi e dei veleni una banda di underdog guidati da un italiano con il cuore d’oro ci stanno facendo tornare ai sogni che avevamo quando eravamo bambini.

Andrea Nigro

 

 

 

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