Caso Aldovrandi: quando è tutta una questione d’onore.

Patrizia ha ripreso a vivere, ci ha impiegato dieci lunghissimi e duri anni, ma ha ricominciato a vivere. Una buona parte di Patrizia è stata ammazzata da quattro poliziotti, quattro “tutori della legge” il 25 settembre 2005, a diciotto anni, colpevole di trovarsi sulla strada una pattuglia condotta da due invasati, Federico aveva la mia stessa età, era come me, tutto ciò è ingiusto. La parte più importante della vita di Patrizia si chiamava Federico, Federico Aldovrandi.

Come Stefano Cucchi, Carlo Giuliani, Giuseppe Uva e molti altri, di cui forse non scopriremo mai l’identità, Federico Aldovrandi è una vittima dello stato. Lo stato rappresentato da quattro poliziotti: Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, condannati “per eccesso dell’utilizzo delle armi” (è  un modo simpatico per chiamare la tortura e l’omicidio) a 3 anni e 6 mesi di reclusione. Federico è stato ammazzato dallo stato, in quanto dileggiato da gentaglia che lo stato lo rappresenta sugli scanni delle camere, come il Senatore Carlo Giovanardi, che quando non litiga con Fedez si esprime su questioni purtroppo fuori portata per il suo piccolissimo e assente cervellino, oppure come semplici invasati come Franco Maccari, presidente del Sindacato di Polizia COISP, uno che è genuinamente convinto che i problemi del nostro paese si possano risolvere gettando i lacrimogeni dentro la Camera dei Deputati, fate voi.

Ieri Patrizia Moretti, la mamma di Federico, ha ritirato le querele per diffamazione nei confronti di Giovanardi e Maccari, che accusarono la donna di aver modificato le foto del figlio e Forlani che su Facebook definì Aldovrandi “un cucciolo di maiale.” Ha giustificato la sua scelta con una lunga e accorata lettera. Dicendo chiaramente di non voler più perdere tempo con persone immonde, che hanno ammazzato suo figlio due volte, perché lo hanno fatto finire in una bara prima, e poi hanno cercato di infangarne la memoria, per giustificare forse a loro stessi le loro azioni, o semplicemente perché sono degli stronzi.

Riprendo una parte della lettera, la parte dell’onore mette i brividi, si tratta di mentalità superiore.

Non sarà una sentenza di condanna per diffamazione a fare la differenza nel loro atteggiamento. Rifiuto di mantenere questo livello basato su bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro – credo di capire – è un mestiere. Forlani e i suoi colleghi li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso.

Un onore che avrebbero minimamente potuto rivendicare se da uomini, cittadini, pubblici ufficiali e servitori dello Stato, coloro che hanno ucciso mio figlio e coloro che li hanno sostenuti avessero raccontato la verità su cosa era successo quella notte, e non invece le menzogne accertate dietro alle quali si sono nascosti prima, durante e dopo il processo, cercando di negare anche l’esistenza di quella mezzora in cui erano stati a contatto con Federico prima dei suoi ultimi respiri.

Da Forlani e dai suoi colleghi avrei voluto in quest’ultimo processo solo la semplice verità, tutta. Chi ha ucciso Federico sa perfettamente quale strazio sta dando ad una madre, un padre e un fratello privandoli della piena verità dopo avergli strappato il loro figlio e fratello. Nessun onore di indossare la divisa dello stato, nessun onore.

E nessun onore neanche a chi da dieci anni cerca nella morte di mio figlio l’occasione per dire che in fondo andava bene così: i poliziotti non possono aver sbagliato, in fondo deve essere stata colpa di Federico se è morto in quel modo a 18 anni.

Costruite pure su questo le vostre carriere e la vostra visibilità. Dite pure, da oggi in poi, che il mio silenzio è la vostra vittoria. Muscoli, volantini, telecamere, libri, convegni e applausi. Per dire che non c’è stato nessun problema il 25 settembre 2005. E per convincere voi stessi e il vostro pubblico che il problema l’hanno creato solo Federico Aldrovandi e sua madre Patrizia Moretti.

Vi esorto soltanto, da bravi cattolici quali vi dichiarate, a ricordare il quinto comandamento: non uccidere.

Non spenderò più minuti della mia vita per queste persone e per i loro pensieri. Mi voglio sottrarre a questo stillicidio: una fatica soltanto mia che nulla aggiungerebbe utilmente e concretamente a nessuno se non alla loro ansia di visibilità. Trovo stancante anche pronunciare i loro nomi. Inutile commentare le loro dichiarazioni pubbliche.

A dieci anni dalla morte di Federico per il mio ruolo di madre, ma anche per le mie aspirazioni e per la mia attuale visione del mondo, penso che il dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un’imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere né ascoltare o parlare di loro.

Perciò ritirerò le querele ancora in corso.

Non prendete questo articolo come un delirio di ACAB, o cose simili, prendete questo articolo come una considerazione personale su vicende che sono state giudicate da tre gradi di giudizio. Non sto generalizzando riguardo l’operato delle forze dell’ordine, ma sto dicendo che esistono vittime di polizia, ingiustificabili, sopratutto per chi da quella divisa si sente protetto e per la divisa nutre rispetto.

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